# EODE/ GEOPOLITIQUE/ SYRIE – DJIHADISME DIT « MODERE » : LA BONNE QUESTION POSEE PAR LE ‘INTERNATIONAL BUSINESS TIMES ITALIE » …

 

tramonto-siriano

 

Le diverse sigle che compongono il variopinto, e litigiosissimo, Free Syrian Army (FSA, l'esercito ribelle appoggiato dalla coalizione internazionale a guida USA e che si oppone al regime di Damasco) con l'arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca hanno un grande, malcelato, timore: che il Presidente eletto abbandoni ogni sostegno ai combattenti anti-Assad. I quali, presi dal panico, sono alla ricerca di sponsor alternativi: al-Qaeda, ad esempio, e la galassia jihadista salafita.

Tre anni fa, dopo già due anni di violentissima guerra civile, la CIA ha cominciato a fornire armi e munizioni ai ribelli, in segreto, e successivamente ha organizzato veri e propri corsi di formazione in combattimento per le falangi ribelli. Ma oggi, nonostante il Congresso abbia votato a favore di nuove forniture ai ribelli dell'FSA, il divenire degli eventi in America potrebbe provocare una ulteriore tempesta in Siria: secondo diversi funzionari degli Stati Uniti, diversi esperti regionali e persino alcune fonti ribelli citate dal Washington Posti ribelli starebbero pensando ad una nuova e più stretta alleanza con al-Qaeda, per potere accedere alle sofisticate forniture militari che vengono consegnate da diversi sponsor sunniti nella regione del Golfo persico. Un'altra ipotesi, complementare alla prima, è di cambiare il modello di guerriglia tramite l'adozione di tecniche più tradizionali (come i cecchini e attacchi su piccola scala, esattamente come opera Daesh) per gli attacchi a russi e siriani lealisti.

È probabile che al termine di questa settimana il Congresso americano voterà definitivamente il disegno di legge che farà scattare il semaforo verde per nuove forniture di armi: fino ad oggi l'autorizzazione era stata data in assenza di un divieto assoluto e il voto del Congresso servirà più che altro a indirizzare la politica estera e militare di Trump: “Credo che il Congresso stia cercando di legare le mani a Trump” ha dichiarato ad Al-Monitor Robert Naiman, direttore di Just Foreign Policy, un gruppo di pressione liberale che si batte per un embargo ai ribelli: “[al Congresso, nda] sono contrari ad un accordo realistico con la Russia per porre fine alla guerra civile siriana, cercano di mettergli pressione per evitarlo”.

Sin dalla campagna elettorale Trump ha sostenuto una linea di separazione per quanto riguarda le politiche belliche in Siria: la priorità del Presidente eletto è la lotta a Daesh e non l'avversità al governo di Damasco e, in tal senso, la linea comune con la Russia è piuttosto evidente. Se a ciò si aggiungono le dichiarazioni possibiliste dello stesso Trump circa un accordo con la Russia, ed un cambio di atteggiamento per gli Stati Uniti, è facile immaginare quanto un cambio di registro possa essere osteggiato, in Patria come altrove.

“Non abbiamo idea di chi siano queste persone” è l'adagio adottato da Trump per definire i ribelli siriani dell'FSA, declinato con il più classico “il nemico del mio nemico è mio amico” relativamente alla lotta a Daesh: se la Siria combatte Isis allora gli USA stanno con la Siria. E quindi con la Russia. Sarà forse per questo che il presidente siriano Bashar al-Assad ha definito gli USA “un naturale alleato” della Siria nella lotta al terrorismo.

Una mossa impossibile? Difficile a dirsi: per come si stanno delineando le cose attualmente si può serenamente affermare che tutto è possibile. Trump in campagna elettorale non ha disdegnato delle durissime stilettate ai piani alti della CIA, accusati di troppi errori e di una bassa capacità di intelligence nell'informare, e comprendere, il fenomeno Daesh durante la sua ascesa, e nulla esclude che il cambio di rotta in Siria possa essere anche “una lezione” a chi ha sbagliato. Per anni la CIA e l'amministrazione Obama si sono concentrati sulla creazione di “una forza combattente credibile”, 50.000 o poco più combattenti “moderati” concentrati nelle province di Idlib e Aleppo, oggi demotivati, stanchi, sempre più ciabattanti.

Tutto, ora, è nelle mani di Donald Trump: se decidesse di non interrompere le forniture militari il nuovo presidente americano potrebbe garantire ai ribelli il mantenimento delle posizioni ancora strategiche, come Idlib, ma questo metterebbe a repentaglio ogni possibile spiraglio di dialogo con la Russia di Putin. A Idlib tuttavia insiste anche una forza di circa 10.000 miliziani del gruppo islamista un tempo noto come al-Nusra, ex-alleato di al-Qaeda, oggi conosciuti come Jabhat al-Sham, e altrettanti legati ad Ahrar al-Sham. La politica, in occidente, è l'arte del compromesso ma ora bisognerà vedere in che modo Trump utilizzerà, se mai lo farà, quest'arte, dentro e fuori dagli Stati Uniti.

(Source : Siria: con Donald Trump che ne sarà del sostegno ai ribelli anti-Assad?)

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